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domenica 18 gennaio 2009
lunedì 22 dicembre 2008
martedì 16 dicembre 2008
giovedì 4 dicembre 2008
LA MEDITAZIONE
Il nostro timore più assoluto
non è essere inidoneo.
Il nostro timore più assoluto,
è di essere autorevoli oltre misura.
E' il nostro fulgere, e non le nostre oscurità,
a intimorirci ancora di più.
Ci chiediamo: "Chi sono per brillare così, ricco di talento e ingegno? "
In realtà chi sei tu per non esserlo?
Siamo tutti figli di uno stesso Padre.
Il nostro giocare impuro,
non aiuta il mondo.
Non c'è luce
deprezzare se stessi e gli altri
nessuno si senta insicuro intorno a noi.
Tutti siamo nati per brillare,
così come fanno i fanciulli.
Siamo nati per rendere palese
la gioia Divina che regna nel nostro essere.
Non è solo per pochi eletti:
regna in ognuno di noi.
E quando lasciamo che la nostra luce
risplenda, spontaneamente diamo
agli altri la stessa opportunità.
E quando ci siamo spogliati delle nostre ansie,
la nostra presenza
libererà gli altri automaticamente.
sabato 25 ottobre 2008
venerdì 20 giugno 2008
di Alda Merini
Terra Santa
Ho conosciuto Gerico,
ho avuto anch'io la mia Palestina,
le mura del manicomio
erano le mura di Gerico
e una pozza di acqua infettata
ci ha battezzati tutti.
Lì dentro eravamo ebrei
e i Farisei erano in alto
e c'era anche il Messia
confuso dentro la folla:
un pazzo che urlava al Cielo
tutto il suo amore in Dio.
Noi tutti, branco di asceti
eravamo come gli uccelli
e ogni tanto una rete
oscura ci imprigionava
ma andavamo verso la messe,
la messe di nostro Signore
e Cristo il Salvatore.
Fummo lavati e sepolti,
odoravamo di incenso.
E dopo, quando amavamo
ci facevano gli elettrochoc
perché, dicevano, un pazzo
non può amare nessuno.
Ma un giorno da dentro l'avello
anch'io mi sono ridestata
e anch'io come Gesù
ho avuto la mia resurrezione,
ma non sono salita ai cieli
sono discesa all'inferno
da dove riguardo stupita
le mura di Gerico antica.
Le dune del canto si sono chiuse,
o dannata magia dell'universo,
che tutto può sopra una molle sfera.
Non venire tu quindi al mio passato,
non aprirai dei delta vorticosi,
delle piaghe latenti, degli accessi
alle scale che mobili si dànno
sopra la balaustra del declino;
resta, potresti anche essere Orfeo
che mi viene a ritogliere dal nulla,
resta o mio ardito e sommo cavaliere,
io patisco la luce, nelle ombre
sono regina ma fuori nel mondo
potrei essere morta e tu lo sai
lo smarrimento che mi prende pieno
quando io vedo un albero sicuro.
[Da "La Terra Santa", 1984]
Questo brano poetico è il primo scritto da Alda Merini, la poetessa italiana più importante del nostro novecento, dopo la sua uscita dal manicomio. Alda Merini nei sui ultimi scritti, e in molte interviste, ha più volte ribadito il suo essere stanca di essere sempre associata a quel periodo così drammatico della sua vita e ha espresso la voglia di andare avanti. Pur condividendo il desiderio della poetessa vorremmo proporre qui La Terra Santa la poesia che dà il nome alla raccolta, uno straordinario “ritorno alla vita”.
Federico Zuliani
federicozuliani83@yahoo.dk
È nata a Milano il 21 marzo 1931.
Respinta in italiano al Liceo Manzoni, frequenta le scuole professionali. Assai precocemente si manifestano in lei disturbi psichici, che la costringono a lunghi ricoveri in manicomio. Nel 1953 sposa Ettore Carniti, dal quale avrà quattro figli. Rimasta vedova, nel 1983 sposa il poeta Michele Pierri e si trasferisce a Taranto. Dopo tre anni torna a MIlano.
La sua vita è una continua odissea di sofferenza: i momenti nei quali gode di buona salute si alternano a lunghi periodi di malattia. La poesia la accompagna sempre e anche nei momenti bui rimane accesa come una fiamma che la aiuta vivere, a tuffarsi nella sua sofferenza e a rinascere di nuovo.
Ha esordito a soli sedici anni sotto la guida di Angelo Romanò e Giacinto Spagnoletti. La sua prima raccolata di poesie è "La presenza di Orfeo", pubblicata da Schwarz nel 1953 ottenendo un notevole numero di consensi.
Si sono occupati della sua opera tra gli altri Oreste Macrì, David Maria Turoldo, Salvatore Quasimodo, Pier Paolo Pasolini, Carlo Betocchi, Maria Corti, Giovanni Raboni.
Sono stati pubblicati in seguito "Paura di Dio" (Scheiwiller, 1955), "Nozze romane" (Schwarz, 1955), "Tu sei Pietro" (Scheiwiller", 1962). Dopo vent'anni di silenzio dovuti alla malattia, escono: "Destinati a morire" (Lalli, 1980), "La Terra Santa" (Scheiwiller, 1984), "Fogli bianchi" (Biblioteca Cominiana, 1987), "Testamento" (Crocetti, 1988), "Vuoto d'amore" (Einaudi, 1991), "Ballate non pagate" (Einaudi, 1955).
Sono uscite inoltre varie edizioni di due sillogi presso Scheiwiller che hanno incluso anche "Le satire della Ripa" e "Le rime petrose", che erano state pubblicate in edizioni clandestine e introvabili.
"L'altra verità" è il primo libro di prosa (Scheiwiller, 1986) e ad esso è seguito "Delirio amoroso" (Il Melangolo, 1990). Nel 1993 è pubblicato il volumetto "Aforismi" con fotografie di Giuliano Grittini ed inoltre le viene assegnato il Premio Librex - Guggenheim "Eugenio Montale" per la poesia. E' stata inoltre proposta dall'Accademia Francese per il Premio Nobel per la Poesia.
Nel 1994 è stato pubblicato da l'Incisione di Corbetta il volume "Sogno e Poesia" con 20 incisioni di 20 artisti contemporanei. Nel 1995 sono appasi il volume "La Pazza della porta accanto" (Bompiani) e , successivamente, nel 1996 "La vita facile" (Bompiani) con il quale le è stato attribuito il Premio Viareggio del 1996. Nel 1997 Maria Corti, ha pubblicato un'antologia del lavoro di Alda Merini, dal titolo "Fiore di Poesia", 1951 - 1997 (Ed. Einaudi).
vedi anche Alda Merini
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venerdì 23 maggio 2008
sabato 10 maggio 2008
RIPRENDIMI-TRAILER UFFICIALE
PRODOTTO da FRANCESCA NERI
Riprendimi - TRAILER
"Riprendimi" è una commedia che racconta le tragicomiche vicende di una separazione, attraverso le riprese di una piccola troupe.
La troupe composta da un fonico e un cameraman sta girando un documentario su una giovane coppia, Giovanni e Lucia, lui attore, lei montatrice. L'intento è quello di mostrare l'aspetto meno conosciuto della vita dei lavoratori dello spettacolo, come l'insicurezza economica e il precariato.
La precarietà però non è solo economica, ma anche affettiva, tant'è che Giovanni, in un momento di crisi dal sapore adolescenziale, alcuni giorni dopo l'inizio delle riprese del documentario, lascia la moglie e il piccolo figlio e va via di casa.
I due documentaristi decidono di andare lo stesso avanti con il loro progetto e di usare la separazione per raccontare quanto l'instabilità lavorativa influenzi anche la sfera affettiva della vita.
Per continuare il loro lavoro, il cameraman, Eros, e il fonico, Giorgio, sono costretti a dividersi, proprio come la nostra coppia: il primo seguirà e filmerà la vita di Lucia e l'altro quella di Giovanni.
Man mano che la storia procede, Eros e Giorgio devono, però, rinunciare alle pretese 'sociologiche' del loro racconto, perché sempre più coinvolti nelle vicende sentimentali della giovane coppia. Questo crea una divertente tensione tra il loro intento documentaristico, un po' asettico, e le appassionate vicende umane di Giovanni e Lucia.
La narrazione, modulata da interviste dove i personaggi risponderanno in maniera a volte pertinente all'inchiesta e a volte meno, rivela che non solo i personaggi principali, ma anche quelli che li circondano sono precari e sembrano essere attraversati da una sorta di comune irrequietezza sentimentale, che li fa muovere freneticamente nel tentativo di combattere l'ansia del tempo che passa.
La precarietà produce un mondo di eterni figli, che in assenza di punti di riferimento stabili, non riescono a crescere da un punto di vista sociale e, di conseguenza, non raggiungono neanche una maturità emotiva. E' un mondo dove l'esistenza delle persone viene continuamente azzerata e dove tutto deve eternamente ricominciare.
La vicenda di Lucia si riflette, come in un caleidoscopio, in quelle delle sue migliori amiche mostrandoci uno spaccato del mondo femminile: un mondo fremente, buffo, imperfetto, goffo.
Lo stile di ripresa, con la macchina a mano, che assume chiaramente il punto di vista dei due documentaristi, è molto partecipativo, incredibilmente vivace, e cerca di mantenere estremamente fluida l'interazione tra personaggi e macchine da presa. E' uno stile che seguirà di pari passo l'innamoramento del cameraman per la protagonista, lasciandosene spesso influenzare.
regia:
Anna Negri
cast:
Alba Rohrwacher
Marco Foschi
Valentina Lodovini
Stefano Fresi
Alessandro Averone
Marina Rocco
Francesca Cutolo
Cristina Odasso
Massimo De Santis
Giulia Weber
Hossein Thaeri
sceneggiatura:
Anna Negri
Giovanna Mori
soggetto:
Anna Negri
fotografia:
Gian Enrico Bianchi
montaggio:
Ilaria Fraioli
scenografia:
Roberto De Angel
musica:
Dominick Scherrer
presentato da:
BessMovie
produttore:
Francesca Neri
Claudio Amendola
produzione:
Bess Movie
distributore:
MEDUSA FILM
venerdì 9 maggio 2008
mercoledì 30 aprile 2008

Ultimo Canto Di Saffo
Traduzione e commento dell'Ultimo canto di Saffo.
martedì 29 aprile 2008
L'ultimo canto di Saffo
Placida notte, e verecondo raggio
Della cadente luna; e tu che spunti
Fra la tacita selva in su la rupe,
Nunzio del giorno; oh dilettose e care
Mentre ignote mi fur l'erinni e il fato,
Sembianze agli occhi miei; già non arride
Spettacol molle ai disperati affetti.
Noi l'insueto allor gaudio ravviva
Quando per l'etra liquido si volve
E per li campi trepidanti il flutto
Polveroso de' Noti, e quando il carro,
Grave carro di Giove a noi sul capo,
Tonando, il tenebroso aere divide.
Noi per le balze e le profonde valli
Natar giova tra' nembi, e noi la vasta
Fuga de' greggi sbigottiti, o d'alto
Fiume alla dubbia sponda
Il suono e la vittrice ira dell'onda.
Bello il tuo manto, o divo cielo, e bella
Sei tu, rorida terra. Ahi di cotesta
Infinita beltà parte nessuna
Alla misera Saffo i numi e l'empia
Sorte non fenno. A' tuoi superbi regni
Vile, o natura, e grave ospite addetta,
E dispregiata amante, alle vezzose
Tue forme il core e le pupille invano
Supplichevole intendo. A me non ride
L'aprico margo, e dall'eterea porta
Il mattutino albor; me non il canto
De' colorati augelli, e non de' faggi
Il murmure saluta: e dove all'ombra
Degl'inchinati salici dispiega
Candido rivo il puro seno, al mio
Lubrico piè le flessuose linfe
Disdegnando sottragge,
E preme in fuga l'odorate spiagge.
Qual fallo mai, qual sì nefando eccesso
Macchiommi anzi il natale, onde sì torvo
Il ciel mi fosse e di fortuna il volto?
In che peccai bambina, allor che ignara
Di misfatto è la vita, onde poi scemo
Di giovanezza, e disfiorato, al fuso
Dell'indomita Parca si volvesse
Il ferrigno mio stame? Incaute voci
Spande il tuo labbro: i destinati eventi
Move arcano consiglio. Arcano è tutto,
Fuor che il nostro dolor. Negletta prole
Nascemmo al pianto, e la ragione in grembo
De' celesti si posa. Oh cure, oh speme
De' più verd'anni! Alle sembianze il Padre,
Alle amene sembianze eterno regno
Diè nelle genti; e per virili imprese,
Per dotta lira o canto,
Virtù non luce in disadorno ammanto.
Morremo. Il velo indegno a terra sparto
Rifuggirà l'ignudo animo a Dite,
E il crudo fallo emenderà del cieco
Dispensator de' casi. E tu cui lungo
Amore indarno, e lunga fede, e vano
D'implacato desio furor mi strinse,
Vivi felice, se felice in terra
Visse nato mortal. Me non asperse
Del soave licor del doglio avaro
Giove, poi che perir gl'inganni e il sogno
Della mia fanciullezza. Ogni più lieto
Giorno di nostra età primo s'invola.
Sottentra il morbo, e la vecchiezza, e l'ombra
Della gelida morte. Ecco di tante
Sperate palme e dilettosi errori,
Il Tartaro m'avanza; e il prode ingegno
Han la tenaria Diva,
E l'atra notte, e la silente riva.
(Giacomo Leopardi 19° secolo)
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lunedì 7 aprile 2008
sabato 29 marzo 2008
martedì 11 marzo 2008
domenica 2 marzo 2008
domenica 24 febbraio 2008
mercoledì 20 febbraio 2008
martedì 19 febbraio 2008
TESTO-CAMINITO
Música (ir a la partitura): Juan de Dios Filiberto
Letra: Gabino Coria Peñaloza
Escuchar
mientras leo
Caminito que el tiempo ha borrado,
que juntos un día nos viste pasar,
he venido por última vez,
he venido a contarte mi mal.
Caminito que entonces estabas
bordado de trébol y juncos en flor,
una sombra ya pronto serás,
una sombra lo mismo que yo.
Desde que se fue
triste vivo yo,
caminito amigo,
yo también me voy.
Desde que se fue
nunca más volvió.
Seguiré sus pasos...
Caminito, adiós.
Caminito que todas las tardes
feliz recorría cantando mi amor,
no le digas, si vuelve a pasar,
que mi llanto tu suelo regó.
Caminito cubierto de cardos,
la mano del tiempo tu huella borró...
Yo a tu lado quisiera caer
y que el tiempo nos mate a los dos.
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lunedì 11 febbraio 2008
lunedì 4 febbraio 2008
MALENA
TANGO
MUSICA: Lucio Demare
Letra: Homero Manzi
Malena canta el tango como ninguna
y en cada verso pone su corazón.
A yuyo del suburbio su voz perfuma,
Malena tiene pena de bandoneón.
Tal vez allá en la infancia su voz de alondra
tomó ese tono oscuro de callejón,
o acaso aquel romance que sólo nombra
cuando se pone triste con el alcohol.
Malena canta el tango con voz de sombra,
Malena tiene pena de bandoneón.
Tu canción
tiene el frío del último encuentro.
Tu canción
se hace amarga en la sal del recuerdo.
Yo no sé
si tu voz es la flor de una pena,
só1o sé que al rumor de tus tangos, Malena,
te siento más buena,
más buena que yo.
Tus ojos son oscuros como el olvido,
tus labios apretados como el rencor,
tus manos dos palomas que sienten frío,
tus venas tienen sangre de bandoneón.
Tus tangos son criaturas abandonadas
que cruzan sobre el barro del callejón,
cuando todas las puertas están cerradas
y ladran los fantasmas de la canción.
Malena canta el tango con voz quebrada,
Malena tiene pena de bandoneón.
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STORIA DI MALENA
www.tangoquerido.com
Il tango Malena appartiene alle "leggende" del tango.Non è facile ricostruire la sua storia, piena di informazioni contraddittorie e sovrapposte, di invenzioni e contaminazioni che fondono leggenda e realtà. Il testo fu composto nel 1941 da Homero Manzi e la musica da Lucio Demare. La prima interpretazione di Malena si deve ad Aníbal Troilo e alla voce di Francisco Fiorentino, ma oggi la versione più amata e conosciuta è quella interpretata dalla splendida di voce Adriana Varela.MALENA tango 1941 TESTO: Homero Manzi MUSICA: Lucio Demare
Malena canta el tango como ninguna y en cada verso pone su corazón. A yuyo del suburbio su voz perfuma, Malena tiene pena de bandoneón. Tal vez allá en la infancia su voz de alondra tomó ese tono oscuro de callejón, o acaso aquel romance que sólo nombra cuando se pone triste con el alcohol. Malena canta el tango con voz de sombra, Malena tiene pena de bandoneón. Tu canción tiene el frío del último encuentro. Tu canción se hace amarga en la sal del recuerdo. Yo no sé si tu voz es la flor de una pena, sólo sé que al rumor de tus tangos, Malena, te siento más buena, más buena que yo. Tus ojos son oscuros como el olvido, tus labios apretados como el rencor, tus manos dos palomas que sienten frío, tus venas tienen sangre de bandoneón. Tus tangos son criaturas abandonadas que cruzan sobre el barro del callejón, cuando todas las puertas están cerradas y ladran los fantasmas de la canción. Malena canta el tango con voz quebrada, Malena tiene pena de bandoneón.
Malena canta il tango come nessuna e in ogni verso mette il suo cuore. Di erbacce del sobborgo la sua voce profuma, Malena ha la pena del bandoneón. Forse là nell'infanzia la sua voce di allodola ha preso quel tono buio da vicolo, oppure in quel breve amore che unico nomina quando diventa triste d'alcol. Malena canta il tango con voce d'ombra, Malena ha una pena da bandoneón. La tua canzone ha il freddo dell'ultimo incontro. La tua canzone si fa amara nelle stanze del ricordo. Io non so Se la tua voce è il fiore di una pena so solo che al sussurro dei tuoi tanghi, Malena, ti sento migliore, migliore di me. I tuoi occhi scuri come l'oblio, le tue labbra strette come il rancore,le tue mani due colombe che hanno freddo, nelle vene hai sangue di bandoneón. I tuoi tanghi sono creature abbandonate che attraversano il fango del vicolo Quando tutte le porte sono chiuse e abbaiano i fantasmi della canzone. Malena canta il tango con voce spezzata, Malena ha la pena del bandoneón.
Chi è Malena?
L'ispiratrice dei versi di "Malena", o almeno del nome, fu la bella cantante di tangos Elena Tortolero in arte Malena de Toledo nata non si sa dove (forse a Buenos Aires o forse in Cile) nel 1916 e morta certamente a Montevideo nel 1960. Si dice che Elena-Malena trascorse la sua infanzia in Brasile e a Porto Alegre, dove su padre era console onorario del governo spagnolo. Giovanissima svelò una grande passione per la musica e cominciò a cantare durante feste e ricevimenti. Grazie al lavoro del padre ebbe la possibilità di viaggiare e farsi conoscere in tutto il Sudamerica come cantannte di boleros. Aveva una bella figura, elegante, una bellissima voce e cantava sia castillano che in portoghese. Un giorno Eduardo Moreno, agente e amministratore dell'orchestra Vardaro-Pugliese, la incontrò in un un bar al 500 della calle Maipú e le offrì di lavorare come cantante dell'orchestra, Elena accettó subito e partirono in tournè per tutto il paese dove ebbe un gran successo di pubblico e di ciritica. Elena fu anche compositrice dei tanghi: Cuando las nubes pasan, Cuando dijiste adiós, Ya no vendrán e Nadie. Alcune versioni sostengono che Homero Manzi la ascoltò cantare per la prima volta in Brasile al Festival di San Paolo Paulo e che rimase colpito dal sentimento che gli ispirava quel modo di cantare di malena de toledo tanto che gli sembrava di trovarsi per le vie della La Boca invece che tanto lontani da Buenos Aires. Altre versioni raccontanto che una notte del 1941 in un cabaret di San Pablo (o in un cafetín de Porto Alegre) il poeta Manzi conobbe Elena-Malena e che di lei le rimase impresso soprattuto il nome “Malena” e si promise di comporre un tango per lei. Altre ancora assicurano che Manzi non conobbe mai personalmente Malena de Toledo e che quel celebre tango lo scrisse in onore di María Esther Lerena. Quel che è certo è che Manzi compose le parole del tango Malena e che , una volta scritto il testo, diede il foglio a Lucio Demare, per comporne la musica con la raccomandazione di non modificare neanche una parola. Lucio Demare quel foglio se lo dimenticò in una tasca e un giorno di qualche tempo dopo, mentre era seduto alla confitería "El Gran Guindado" frugando in tasca lo ritrovò per caso, lo lesse e rimase folgorato dalla bellezza e alla musicalità di quei versi; così sul tavolino della confitería, in solo quindici minuti, "de corrido, sin pulir y sin cambiar nada", compose la melodia di Malena . Ricordando quel momento Demare più tardi dirà "da quel giorno, Malena cominciò a far parte dei fantasmi che abitano la notte di Buenos Aires. E poi anche un abitante della notte del mondo. Una lettera venuta dal Brasile, un uomo seduto al barrio Palermo". Elena-Malena intanto, durante una tournè a Cuba, conobbe il cantante messicano Genaro Salinas, conosciuto come "La voz de oro de México". Fu un colpo di fulmine e si sposarono subito. Vissero per un periodo in Buenos Aires dove Genaro ebbe una relazione sentimentale con un attrice di teatro poi si trasferirono definitivamente a Caracas. Lì nel 1957 Genaro morì tragicamente: un mattino fu trovato agonizzante sotto un ponte, la notte prima era stato buttato giù a tradimento da alcuni sbirri della dittatura. Elena-Malena raccolse i suoi resti che oggi riposano a Buenos Aires nel Panteón de los Artistas. La leggenda vuole che “Malena de Toledo” avesse questo tango nel suo repertorio senza sospettare minimamente si chiamava così per lei, si dice che quando lo venne a sapere rimase così turbata che smise per sempre di cantarlo.Al di là di ogni leggenda Malena de Toledo fu una protagonista indiscussa della "época de oro" del tango.
Le Malene del tango
Sono in molti a sostenere che l'unica cosa che interessò a Manzi della cantante Malena de Toledo fu il suo soprannome, Malena appunto. A partire da questa considerazione si fanno diverse congetture su chi fu veramente la Malena descritta dalla canzone e che significato ebbe per Manzi Nestor Pinson conobbe molto bene Elena-Malena poichè lavorò con lei ed assicura che Manzi dovette ispirarsi sicuramentea lei proprio per quella sua "voz de sombra, voz quebrada" una "voz de cabaret aguardentosa" come diceva lo stesso Manzi. Ma esiste una vastissima galleria di altre "Malene".C'è chi dice che la vera Malena fu la celeberrima cantante Azucena Maizani ma ella sempre smentì. L'ipostesi più diffusa è che Malena sia la grande cantante Nelly Omar, dal momento che ella stessa negli ultimi anni cominciò a dire: «Malena soy yo». Ma è documentato che Manzi e Nelly si conobbero molto tempo dopo la scrittura di Malena. Un'altra leggenda vuole che dietro Malena ci sia la modista della moglie di Manzi. Si dice che un giorno Manzi arrivò a casa e vide una sarta che stava lavorando sul corpo di sua moglie cantando una melodia, le chiese come si chiamava ed ella rispose "Malena". Per Acho, figlio di Manzi, la cantante de tango che ha inspirato di più Manzi padre è Mercedes Simone, ma lo stesso Acho, sostiene che in realtà Malena è una "finzione" poetica, non un personaggio specifico e reale. Manzi, infatti, ebbe numerose storie con varie cantanti e donne del mondo artistico, nel testo di Malena ci sono tutte loro, c'è tutta l' esperienza di Manzi con le donne. Malena è la sintesi poetica di tutte le donne amate da Homero Manzi. E in Malena c'è anche di più.Per dirla con le parole dello stesso Manzi ” c'è la storia di tutti quelli che perdono, nel tango si prova il sentire del popolo, il popolo che perde sempre” . Il tango Malena fu ulteriore fonte di ispirazione per molti altri poeti come ad esempio César Miguens che impressionato dal verso che commentala grazia delle mani di Malena “le tue mani, due colombe che hanno freddo” Compose un prezioso testo intitolato "Las manos de Malena" poi musicato da Palmer . Il fantasma Malena abita decine di tanghi: Así se baila el tango, Chau Ventarrón ,Garganta con arena, Homero al sur ,La memoria de mi gente, La mesa del tango, Las Malenas , Las manos de Malena, Qué tango hay que cantar, Tal vez será mi alcohol, Tal vez será su voz
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