mercoledì 30 aprile 2008




Ultimo Canto Di Saffo

Traduzione e commento dell'Ultimo canto di Saffo.


Ultimo canto di Saffo Ultimo canto di Saffo Notte serena, e casto raggio della luna che sta per tramontare; e tu annunciatore del giorno che spunti fra la selva silenziosa sulla rupe; oh dilettose e gradite ai miei occhi finche mi furono ignote le passioni dell'amore e il destino crudele, le immagini della natura; ormai uno spettacolo gradevole non arreca piacere a chi sia disperato. La gioia inconsueta ci ravviva quando per l'aria limpida e per i campi sconvolti si aggira turbinando, la furia polverosa dei venti, e quando carro di Giove, incombe sul nostro capo e tuonando divide il cielo oscuro in due. A noi infelici piace immergerci nella tempesta fra dirupi e valli scoscese, a noi piace la disordinata fuga delle greggi impaurite, o lo scroscio e la furia devastatrice dell'onda di piena contro la riva mai sicura di un fiume profondo. Bello il tuo mantello, o cielo divino, e bella sei tu, terra rudagiosa. Ahi di questa infinita bellezza gli dei e il destino spietato non fecero partecipe la misera Saffo. Disprezzata, addetta ai tuoi superbi regni, o natura, come un'estranea, come un'amante non corrisposta, rivolgo invano supplichevole il cuore e i miei occhi alle tue bellezze. A me non sorride la campagna soleggiata, né l'alba mattutina della porta del cielo; a me non saluta il canto dei variopinti uccelli, né il mormorio dei faggi: e dove all'ombra dei salici pendenti un ruscello limpido dispiega le sue acque cristalline, sottrae al mio piede incerto disdegnando le acque serpeggianti, e nel fuggire urta le rive profumate. Quale colpa mai, quale tanto empio delitto mi macchiò prima della nascita, perché il destino fosse verso di me così ostile? In cosa peccai da bambina, quando la vita è ignara dei misfatti, per cui poi privo di giovinezza, e sfiorito, il filo oscuro della mia esistenza si avvolgesse al fuso della Parca? Il tuo labbro (di Saffo) pronuncia frasi temerarie: una volontà imperscrutabile determina gli eventi. Tutto è misterioso, eccetto il nostro dolore. Noi figli trascurati nascemmo per il dolore, e il motivo è nella mente degli dei. Oh affanni, oh speranza dell'età giovanile! Elle apparenze Giove, alle belle apparenze attribuì il dominio eterno tra gli uomini; per quanto vi siano imprese eroiche, o il dotto canto poetico, il valore non risalta in un corpo deforme. Moriremo. Allorché il corpo deforme che copre l'anima di Saffo sarà abbandonato al suolo, l'anima troverà scampo presso Dite, e correggerà il crudele errore del cieco destino. E tu (Faone, il giovane amato) a cui mi ha legato inutilmente un lungo amore, una lunga fedeltà ed una vana passione, vivi felice, se mai è stata concessa la felicità ad un essere mortale. Giove non mi asperse del soave liquido del vaso della felicità, dopo che perirono le illusioni della mia fanciullezza. I giorni più lieti della nostra vita sono i primi a dileguarsi. Subentra la malattia, la vecchiaia, e la minaccia della gelida morte. Ecco di tanti sperati premi e piacevoli illusioni, mi rimane

martedì 29 aprile 2008



L'ultimo canto di Saffo


Placida notte, e verecondo raggio
Della cadente luna; e tu che spunti
Fra la tacita selva in su la rupe,
Nunzio del giorno; oh dilettose e care
Mentre ignote mi fur l'erinni e il fato,
Sembianze agli occhi miei; già non arride
Spettacol molle ai disperati affetti.
Noi l'insueto allor gaudio ravviva
Quando per l'etra liquido si volve
E per li campi trepidanti il flutto
Polveroso de' Noti, e quando il carro,
Grave carro di Giove a noi sul capo,
Tonando, il tenebroso aere divide.
Noi per le balze e le profonde valli
Natar giova tra' nembi, e noi la vasta
Fuga de' greggi sbigottiti, o d'alto
Fiume alla dubbia sponda
Il suono e la vittrice ira dell'onda.
Bello il tuo manto, o divo cielo, e bella
Sei tu, rorida terra. Ahi di cotesta
Infinita beltà parte nessuna
Alla misera Saffo i numi e l'empia
Sorte non fenno. A' tuoi superbi regni
Vile, o natura, e grave ospite addetta,
E dispregiata amante, alle vezzose
Tue forme il core e le pupille invano
Supplichevole intendo. A me non ride
L'aprico margo, e dall'eterea porta
Il mattutino albor; me non il canto
De' colorati augelli, e non de' faggi
Il murmure saluta: e dove all'ombra
Degl'inchinati salici dispiega
Candido rivo il puro seno, al mio
Lubrico piè le flessuose linfe
Disdegnando sottragge,
E preme in fuga l'odorate spiagge.
Qual fallo mai, qual sì nefando eccesso
Macchiommi anzi il natale, onde sì torvo
Il ciel mi fosse e di fortuna il volto?
In che peccai bambina, allor che ignara
Di misfatto è la vita, onde poi scemo
Di giovanezza, e disfiorato, al fuso
Dell'indomita Parca si volvesse
Il ferrigno mio stame? Incaute voci
Spande il tuo labbro: i destinati eventi
Move arcano consiglio. Arcano è tutto,
Fuor che il nostro dolor. Negletta prole
Nascemmo al pianto, e la ragione in grembo
De' celesti si posa. Oh cure, oh speme
De' più verd'anni! Alle sembianze il Padre,
Alle amene sembianze eterno regno
Diè nelle genti; e per virili imprese,
Per dotta lira o canto,
Virtù non luce in disadorno ammanto.
Morremo. Il velo indegno a terra sparto
Rifuggirà l'ignudo animo a Dite,
E il crudo fallo emenderà del cieco
Dispensator de' casi. E tu cui lungo
Amore indarno, e lunga fede, e vano
D'implacato desio furor mi strinse,
Vivi felice, se felice in terra
Visse nato mortal. Me non asperse
Del soave licor del doglio avaro
Giove, poi che perir gl'inganni e il sogno
Della mia fanciullezza. Ogni più lieto
Giorno di nostra età primo s'invola.
Sottentra il morbo, e la vecchiezza, e l'ombra
Della gelida morte. Ecco di tante
Sperate palme e dilettosi errori,
Il Tartaro m'avanza; e il prode ingegno
Han la tenaria Diva,
E l'atra notte, e la silente riva.

(Giacomo Leopardi 19° secolo)




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lunedì 7 aprile 2008